Filosofia dell'abitare
Filosofia dell'abitare

Filosofia dell’Abitare

Sogno un mondo accogliente, in cui la bellezza, la natura e l’arte siano rappresentate e fruibili dall’uomo in ambito privato e collettivo. Dove l’uomo sia consapevole di essere una parte del tutto.

Intendo adoperarmi per contribuire alla consapevolezza dell’uomo attraverso la costruzione della casa e dell’ambiente collettivo.

Forse ti può essere utile capire su quali basi si fonda questo nuovo modo di vedere l’architettura  e il ruolo dell’architetto, quali sono i miei maestri, quali i miei riferimenti culturali, perchè di cultura si tratta.

Ogni progetto di trasformazione dello spazio che ci circonda si pone in preciso rapporto con la cultura contemporanea di cui deve essere espressione, non è solo tecnica, non è solo estetica.

E pure bisogna essere consapevoli che la trasformazione dell’ambiente ha delle ripercussioni sulla vita e sui comportamenti delle persone che abitano uno  spazio: la casa o la città.

L’ambiente di oggi è dato dalla sedimentazione di tutte le trasformazioni operate nel tempo che spesso non ci vedono soggetti attivi e partecipi. Le principali scelte urbanistiche sono spesso opera delle idee della amministrazione pubblica alle quali i tecnici sono chiamati a dare una forma.

Ma alla base di queste idee ci sono spesso interessi privati che condizionano fortemente le scelte e spesso la cittadinanza non è chiamata ad esprimersi .

Si afferma da più parti che questa è l’era della consapevolezza e che dipende da noi creare un mondo più maturo che passa dal modo di abitare a quello di mangiare che riveda abitudini e stili di vita.

Si dice che dobbiamo usare la terra con più rispetto.

Seguono una serie di riflessioni sul temi dell’ambiente, dell’architettura e più in generale dell’abitare:

Il buon uso delle cose

Salvatore Natoli, filosofo contemporaneo, ha scritto un libro emblematico dal titolo “Il buon Uso del Mondo” .

Quello che conta oggi, afferma, non è tanto avere sempre più tecnologia, sempre più cose, sempre più ricchezza, ma il buon uso delle cose e la buona amministrazione della ricchezza.

Questo deve far riflettere : la soluzione ai problemi dell’uomo contemporaneo non sta sempre e solo fuori da noi spesso non vogliamo vederla o non sappiamo ascoltarla, ma è già in noi.

Per questo motivo stanno diventando sempre più importanti le discipline, le religioni, le filosofie e le tecniche che aiutano a compiere percorsi di crescita interiore.

Non importa quale sia, ognuno è libero di crearsi il suo, l’importante è muoversi in questa direzione.

Per diventare persone consapevoli e quindi davvero libere e capaci di scegliere e di distinguere, come dice Natoli “Ciò che ci serve da ciò che ci asserve”In sostanza dobbiamo circondarci di cose che hanno una qualche utilità per noi e non di oggetti che ci vengono imposti  come segno di status o come espressione di mode .

Il mio coach dell’abitare si muove in questa direzione, per aiutare le persone a vedere le cose in modo diverso e a compiere scelte consapevoli di trasformazione dell’ambiente che li circonda, anche se si tratta di piccole cose se è vero, come dice un famoso detto orientale, che il battito delle ali di una farfalla può provocare una tempesta dall’altra parte del mondo.

Less is more

Less is more sosteneva uno dei più grandi architetti del movimento moderno, Mies Van Der Rohe che ha così profondamente e radicalmente segnato la storia dell’architettura moderna, semplificandola e liberandola da un esasperato decorativismo.  Sue le famose sedie con struttura  in tubolare metallico, sue certe case sorrette da  esili pilastri in acciaio, con ampie superfici vetrate.Less is more è alla base della mia filosofia.  E non si tratta solo di un problema estetico. Si vive meglio con meno, sembra paradossale ma è così.

L’importante è saper scegliere, saper distinguere la bellezza nelle cose, saper dare valore a quello che è importante per me, saper fare buon uso degli oggetti che mi circondano e che possono avere per me e solo per me anche un significato simbolico ed affettivo.

Less is more è in fondo l’anticipazione del contemporaneo concetto di sostenibilità. Continuare a vivere in questo modo, distruggendo e sprecando le risorse naturali non rinnovabili, porterà alla distruzione del pianeta, avvertono gli ecologisti e non si tratta di falsi gridi di allarme, ma di una certezza.

Per ribaltare o quantomeno per arrestare questa tendenza bisogna fare qualcosa e ognuno può fare la sua parte: salvare quanto è possibile, consumare meno, inquinare meno, risparmiare energia, compiere scelte consapevoli e si può farlo partendo proprio dalla propria casa.Continuare ad acquistare oggetti senza riflettere sul loro reale utilizzo e sulla giusta collocazione può far più male di una periodica operazione di “space clearing”.

Eliminare il superfluo ha spesso un grande significato liberatorio e costringe ad analizzare i propri comportamenti costringendoci a compiere delle scelte.

Eliminare  è vero implica la produzione di un nuovo rifiuto, ma anche qui si può immaginare di raccogliere  e trasformare   arredi e oggetti mettendoli    a disposizione di chi ha limitate risorse o semplicemente ha voglia di qualcosa di già vissuto, con una sua storia.

Ho effettuato spesso nel mio lavoro operazioni di salvataggio e di integrazione di vecchi oggetti in contesti contemporanei ed hanno sempre avuto successo.

Ricordo le vecchie cucine anni ’40, con tavolo con piano in marmo, con tanto di  credenza con ante a spigoli arrotondati, accostate a modernissimi e supertecnologici blocchi cucina in acciaio: una ottima integrazione che riesce a coniugare l’ ironia della citazione di certe forme appartenenti al passato, accentuata dalla laccatura in delicati colori pastello, alla pulita essenzialità delle forme del minimalismo contemporaneo.

Così ognuno di noi può operare il suo “salvataggio creativo”, per esempio conservando un vecchio divano dalle forme classiche. Questa operazione può portare ad un risultato molto soddisfacente e gratificante per : aver evitato un altro rifiuto al pianeta, aver messo in pratica le proprie capacità creative nella scelta del tessuto e nella sistemazione nello spazio della casa, aver conservato una testimonianza storica della propria vita, aver ottenuto un manufatto  pregiato perchè risultato di un abile lavoro artigianale e quindi aver, in ultima istanza, contribuito a mantenere viva una  professionalità  che rischia di scomparire di fronte alla industrializzazione e al decentramento dei processi produttivi.

Saper vedere la bellezza nelle cose semplici

In un interessante libro dal titolo “Architettura e felicità” il filosofo contemporaneo Alain de Botton analizza il significato di una parola della lingua giapponese, della quale nelle lingue occidentali manca un equivalente diretto.

La parola è WABI che individua la bellezza delle cose modeste, semplici, incompiute e  transitorie.

E’ wabi trascorrere una serata in una casa in mezzo ai boschi ad ascoltare la pioggia, sono wabi muri rovinati dal tempo e pietre consunte, è wabi il legno grezzo, è wabi un sentiero di ghiaia, sono wabi poveri recipienti di campagna, sono wabi i colori del grigio e del marrone in tutte le loro sfumature…………..

L’americano Donald Keene, grande studioso del Giappone afferma che il senso giapponese della bellezza è stato per molto tempo diverso da quello occidentale, dominato com’era dalla passione per l’irregolarità piuttosto che per la simmetria, dall’amore per la natura piuttosto che per la geometria, dal provvisorio piuttosto che dall’eterno, dalla semplicità piuttosto che dalla decorazione.

Ebbene la ragione di tutto ciò è da attribuire al lavoro di scrittori, pittori e critici che hanno dato forma al senso della bellezza di quella cultura, poichè avverte De Botton “…le nostre facoltà visive ed emotive hanno bisogno di una costante guida esterna che le aiuti a decidere che cosa notare e che cosa apprezzare”.

Ebbene gli architetti delle case tradizionali giapponesi non erano soliti verniciare il legno, ritenendo un tesoro la patina e i segni del tempo, considerati simbolo del passare di tutte le cose .

Gli scrittori buddisti, altresì,  associavano l’intolleranza per le imperfezioni con l’incapacità di accettare l’invecchiamento,  il disfacimento e la morte.Il  concetto di bellezza è dunque strettamente legato alla cultura di un popolo, ad un gruppo sociale, alla sensibilità di una persona, alla moda   ed al particolare  momento storico.

Si dice infatti che la bellezza non è nelle cose, ma negli occhi di chi le guarda.La bellezza wabi sta entrando anche nel nostro mondo, nella nostra cultura o perlomeno nella sensibilità di alcune persone che hanno imparato ad apprezzare una bellezza che non erano nati per vedere.

In sostanza ciò che un individuo giudica bello in un certo momento non deve essere considerato il limite di tutto ciò che potrà mai amare, ma si dovrà sempre credere nella possibilità di vedere la bellezza dove prima non avevamo guardato.

Credo che questa grande e totale apertura è l’atteggiamento giusto per avvicinarci ad ogni forma d’arte, liberandosi il più possibile dai condizionamenti esterni.

Educarsi con l’arte

Ci sono persone che hanno poca familiarità con l’arte, altre che pensano che l’arte sia tutto ciò che è custodito nei musei, altri ancora che associano a questo termine  il concetto di noioso, da reminiscenza scolastica, altri ancora che si fermano agli impressionisti…

E pensare che l’arte a a che fare con la vita di tutti i giorni poichè: “…l’ambiente in cui viviamo è potenzialmente la forma d’arte più incisiva che abbiamo modo di sperimentare durante la vita.” afferma Christopher Day, architetto contemporaneo, nel suo bellissimo libro “La casa come luogo dell’anima”.

Arte è sperimentare qualcosa che segna, che induce un cambiamento, e soprattutto un avanzamento a livello interiore poichè l’arte ( dalla pittura all’architettura, dalla cucina al giardinaggio) impregna la materia di qualcosa di immateriale che inconsciamente sperimentiamo e che ha un’influenza benefica su di noi.

Certo bisogna essere disponibili a lasciarsi andare alle sensazioni e alle emozioni, bisogna essere educati a cogliere i  particolari, bisogna coltivare il senso della bellezza e per farlo bisogna frequentare l’arte in tutte le sue forme ed imparare a confrontare e a percepire .

Osservare l’ambiente della città in modo critico, cogliere l’armonia di una architettura, percepire la bellezza della forma di un oggetto, ma anche osservare la natura  sono tutti esercizi per imparare a lavorare con ” il bello”   “…Possiamo farlo da soli, per esempio guardando ogni giorno il tramonto che è ogni volta diverso e che cambia in continuazione…”

Possiamo anche farlo entrando in una installazione di Turrel, un artista contemporaneo, che ci aiuta a concentrarci sulla bellezza del cielo creando grandi ed alti  spazi circolari chiusi  con apertura  sul soffitto, dal quale appare   uno spettacolo sempre in movimento : le nuvole che si muovono nel cielo azzurro. Il buio della stanza e il silenzio che si crea al suo interno ci offrono un punto di vista privilegiato per qualcosa che abbiamo sempre sopra la testa, ma che spesso dimentichiamo di avere.

” Oggi sono consapevole del cielo, poichè ci sono giorni in cui non lo guardo, ma solo lo sento ” scriveva  Pessoa

.Questa ricerca della bellezza e quindi dell’arte in tutto ciò che ci circonda  può accompagnarci in tutta la nostra vita e può contribuire ad affinare il nostro gusto, a scegliere con più sicurezza gli oggetti che ci servono, a  creare ambienti armoniosi in cui vivere, ad adoperarci per migliorare la qualità dell’ambiente, ad acquisire una maggior sensibilità per cogliere le stonature a difendere la bellezza della natura quando viene minacciata dall’intervento umano.

La favola del Povero Ricco

“A proposito di un povero ricco” è un racconto scritto da Adolf Loos , architetto vissuto alla fine dell’800  a Vienna, contenuto in una bella raccolta di saggi scritti in occasione della esposizione per il Giubileo del 1898, dal titolo “Parole nel vuoto”Vi si narra di un uomo molto ricco che desiderava una casa -opera d’arte.

Si rivolge ad un famoso architetto offrendogli un budget illimitato : ” Porti l’arte fra le mie pareti domestiche, non bado a spese”Il risultato fu perfetto, l’architetto aveva pensato a tutto, ed ogni più piccolo oggetto era stato studiato.

L’architettura era così perfetta che nulla poteva essere spostato modificato o aggiunto.Il padrone di casa cadde ben presto in una profonda depressione perchè: da un lato   temeva di rompere gli equilibri di quell’opera d’arte spostando gli oggetti per usarli, dall’altro non poteva acquistare o farsi regalare alcunchè, per non disturbare il lavoro dell’architetto e degli artisti che avevano provveduto alla realizzazione della sua casa e che non perdevano occasione di fargli notare che qualunque tentativo di variante, aggiunta o spostamento avrebbe rotto la perfezione raggiunta.

Il pensiero di Adolf Loos ha permeato il mio modo di fare architettura.

A che serve raggiungere la perfezione estetica, se non la si condivide con il committente, se questi non ha spazi di libertà che gli consentano di lasciare un suo segno? La perfezione estetica riguarda poi spesso la cultura del progettista, ma può essere che il committente non sia ancora educato per sentirla.

Ecco allora che vivrà lo spazio come qualcosa di non suo e continuerà a descriverlo agli amici come: ” opera del famoso architetto, come tavolo di Le Corbusier, come sedia di Philippe Starck, come divano di Zaha Hadid…” quasi non gli appartenessero, nè il luogo nè gli oggetti. E quando anche la gratificazione di poter mostrare oggetti che rappresentano uno Status Symbol o quando la moda cambierà, non gli rimarrà più nulla.

Spazi troppo “progettati” si prestano poco a integrazioni, vanno semplicemente e totalmente rifatti, per la gioia di qualche altro ” archistar”.

Sul cartoncino di presentazione del mio studio che avevo chiamato ” Laboratorio di Architettura” campeggiava questa frase di Adolf Loos.

“Alcune persone si rivolgono a me perchè non se ne intendono, altre perchè non sanno dove trovare le cose, altre ancora perchè non hanno il tempo di occuparsene.

Ma ognuna di queste vive nella sua casa che esprime la sua individualità. Tuttavia  lievemente modificata dai miei consigli”

E’ quello che ho sempre cercato di fare.

Da cosa nasce cosa

“Da cosa nasce cosa”  è il titolo di un prezioso libricino scritto da Bruno Munari, artista, designer teorico e mio grande maestro che mi ha insegnato ad insegnare con quel suo tipo di  scrittura così semplice e piana, contenente affermazioni all’apparenza ovvie e scontate, ma capaci di esprimere una saggezza profonda, molto orientale.

Munari ha rappresentato per me la luce in grado di illuminare il mio percorso, una ventata di aria fresca di montagna, capace di ossigenare l’ambiente più inquinato, la scoperta della poesia nella grigia prosa della quotidianità.

Per svilupparsi e per crescere le nuove idee hanno bisogno di un terreno fertile e devono essere costantemente alimentate dalla continua e gioiosa scoperta del bello che è nella natura e nelle cose prodotte dall’uomo: l’importante è mantenere quella capacità di stupirsi, quella curiosità che è propria dei bambini, quella che l’eterno fanciullo Munari ha conservato intatta fino alla morte.“Da cosa nasce cosa” riconduce il progetto ad un atto creativo intelligente, condotto con metodo e questo si può insegnare.

Alla base di tutto ci deve essere la passione per quello che si fa .Munari descrive il metodo progettuale con estrema semplicità e lo paragona ad una ricetta di cucina. Anche una ricetta in fondo è una indicazione di metodo. Anche per fare un buon risotto è bene partire dall’esperienza altrui e non partire da capo, come se nessuno l’avesse mai fatto; tuttavia nell’applicare il metodo si può scoprire e sperimentare qualcosa per migliorarlo.

L’aggiunta di un nuovo ingrediente può dare al risotto un pizzico di sapore in più.

Grazie a Munari ho iniziato a lavorare con pazienza sull’ambiente di vita dell’uomo con l’intento di migliorarlo, non di rivoluzionarlo. Ho sempre detestato gli esercizi di stile le soluzioni originali e strane.

Anche per me i vincoli sono diventati stimoli, non ho inseguito solo la bellezza, ma la coerenza, non ho elaborato e difeso un mio stile, sempre uguale a se stesso, ma un metodo di lavoro ed un etica professionale. ” Da cosa nasce cosa” mi ha insegnato, infine, ad insegnare : con autorità e fermezza, ma anche con leggerezza ed humor, cercando di trasmettere anche le mie passioni e non solo astratte nozioni. Le passioni lasciano un segno e sono capaci di coinvolgere.

Questo è accaduto nel mio incontro con Bruno Munari e questo incontro consiglio a tutti.

La passione per il disegno

Il grande architetto che ha segnato la storia dell’Architettura Moderna, le Corbusier, scriveva nel 1965 che : ” il disegno è un linguaggio, una scienza, un mezzo di espressione, un mezzo di trasmissione del pensiero.

Disegnare è anche inventare e creare. Il disegno permette di trasmettere integralmente il pensiero senza il concorso di spiegazioni scritte e verbali. Aiuta il pensiero a prendere corpo a cristallizzarsi. Ogni giorno della mia vita è stato votato in parte al disegno. Io non ho mai cessato di disegnare e di dipingere, cercando, dove potevo trovarlo, il segreto della forma.”

Ovviamente le Corbusier si riferiva a quel particolare tipo di disegno a mano libera , lo schizzo veloce per un appunto, magari a colori. Le Corbusier disegnava tutto ciò che vedeva,  famosi i suoi appunti di viaggio, e naturalmente disegnava in ogni momento, qualunque idea  fosse affiorata alla mente.

I carnet di viaggio di Le Corbusier e i suoi schizzi progettuali disegnati a pastello sono, non soltanto la prova di ciò che l’artista ha visto, ma anche di ciò che gli ha permesso di vedere e di afferrare il reale.

Prima di lui anche Goethe, nel suo Viaggio in Italia, affermava : ” Quello che non ho disegnato, io non l’ho visto”.Certo oggi si è persa questa tradizione, il disegno a mano libera  non si insegna quasi più e l’architetto progetta direttamente con autocad, e questo  sicuramente è un gran vantaggio, tuttavia è un peccato perdere questa opportunità di sintesi,  questo mezzo espressivo che ci fa capire meglio il significato di una forma.

Ho sempre insegnato il disegno a mano libera  e credo che ognuno possa sperimentarlo, anche in modo molto semplice;  si possono comunque utilizzare facili programmi  per pc,  per integrare e facilitare  il lavoro a mano libera, si può utilizzare la fotografia  come supporto.

Ogni progetto di trasformazione dell’ambiente si attua attraverso il disegno che permette di passare da ciò che è a ciò che sarà, anche in modo molto schematico, potendone così valutare i possibili cambiamenti.

E’ spesso difficile proiettare l’immaginazione oltre ciò che vediamo, per questo arriva il momento in cui è necessaria l’astrazione, anche solo per verificare le proporzioni di una parete in rapporto alle dimensioni del pannello decorativo che voglio appendere.

Diverse ipotesi potranno così essere confrontate e valutate, prima di passare all’azione.Alla storia e alle tecniche del disegno ho dedicato un libro dal titolo “ Dal Cucchiaio alla Città” pubblicato da Italo Bovolenta e distribuito da Zanichelli, libro ancor oggi usato nelle scuole superiori e nelle facoltà di Architettura.

La figura di le Corbusier

Il fascino per la figura e le opere di le Corbusier è stato in me generato  dalla lettura di un bellissimo romanzo di Carlo Bassi, architetto, filosofo  e poeta contemporaneo che ho avuto la fortuna di conoscere.Il romanzo immagina gli ultimi giorni della vita del maestro, morto tragicamente  in mare, dopo un’ultima remata .

Giorni dedicati all’esame della sua vita e della sua professione, quasi nella consapevolezza che quelli fossero gli ultimi.” Prendere un’esistenza nota, compiuta, definita per quanto possa mai esserlo dalla Storia, in modo da abbracciarne con un  solo sguardo l’intera traiettoria;  anzi, meglio, cogliere il momento  in cui l’uomo  che ha vissuto questa esistenza la pesa , la esamina per un istante, è in grado di giudicarla; fare in modo che egli si trovi di fronte alla propria vita nella stessa posizione di noi. ” Marguerite Yourcenar

Questa citazione è all’inizio del romanzo che racconta  il lavoro di chi lasciato un così importante segno nella storia dell’urbanistica e dell’architettura, ci mette di fronte ai suoi dubbi e alle sue paure, alle contestazioni che ha subito e questo serve  a renderne più umana la figura a capirne il pensiero, a coglierne la grandezza, ma anche la debolezza e i limiti. Un utile esercizio per imparare a guardare dentro alle cose: un edificio o  un oggetto, e a leggere  il pensiero di chi lo ha ideato.

Rimangono comunque a testimonianza del lavoro di una vita i bellissimi oggetti da lui creati :  come il tavolo sul quale scrivo, la chaise-longue sulla quale mi rilasso, ma anche le pulitissime e copiatissime architetture, le idee, un pò utopistiche,  sul futuro della città e i numerosissimi disegni.

Red and blue

Red Blue Garit Rietveld

Red Blue Sedia di Garit Rietveld

Red and blue è il nome di una famosissima sedia, disegnata da Garit Rietveld nel lontano 1918, il primo oggetto della storia del design che ho dovuto ridisegnare alla prima esercitazione di disegno nella facoltà di architettura, quando ancora si lavorava con riga a T e squadrette.

E me ne sono innamorata.

La” red and blue”è stata spesso oggetto delle esercitazioni  da me proposte agli studenti nella scuola di design nella quale ho insegnato, facendoli arrivare fino alla realizzazione del modello in scala 1:1, e quante soddisfazioni dava agli studenti la ricostruzione di questo oggetto, di grande forza espressiva, con quelle forme geometriche e i colori primari, come un giocattolo!

Red and blue è stato il titolo di una mostra che ho allestito in una galleria d’arte nel centro di Milano, raccogliendo accanto al simbolo della storica seggiolina l’opera di artisti che amano esprimersi con questi due colori primari : il rosso e il blu.

Red and blu è per me una filosofia: il gusto delle cose semplici e ridotte all’essenziale come la forma di questa sedia, il coraggio di creare forme nuove contro le mode e lo stile allora  imperante, l’amore per l’accostamento di colori forti e puri: il rosso il giallo e il blu, tipici dell’infanzia, l’idea di semplificare gli oggetti e renderli facilmente smontabili e ridotti ad elementi semplici:  non ci sarebbe stata l’IKEA senza la sedia di Rietveld.

Lo stesso fascino  ho provato lo scorso anno di fronte alla Casa Shroeder, opera dello stesso architetto.

Anche qui un oggetto capace di rompere la monotonia degli edifici adiacenti, basse villette a schiera in mattoni tipicamente olandesi,  dai quali si stacca completamente questa geometrica architettura e ci vuole coraggio per osare così tanto!

Un approccio femminile all’architettura

L’incontro con il libro ” Spazio e immaginario ” di Paola Coppola Pignatelli , negli anni ’80, è stato illuminante per comprendere la differenza tra due modi diversi di fare architettura e di porsi di fronte allo spazio per organizzarlo e quindi progettarlo: starci dentro, esserne penetrato e condizionato o contemplarlo da fuori considerandolo oggetto distinto da sè.

Il primo che l’autrice del libro definisce ” spazio del vivere” è uno spazio visivo, acustico, tattile e olfattivo , cioè lo spazio abitato; il secondo è lo ” spazio geometrico”, astrazione della mente .Il primo è legato ad un atteggiamento ” femminile” più portato alle forme naturali, alla rivalutazione del gesto semplice e spontaneo, all’esperienza quotidiana del vivere e dell’abitare.

Il secondo più ” maschile” oppone al disordine della natura forme razionali e geometriche;  parte dal concetto che  l’uomo è il vero padrone del mondo, il privilegiato che può dominare la natura, piegarla ai suoi scopi, trasformarla con la sue costruzioni.

Questi due atteggiamenti, che non necessariamente caratterizzano il fare architettura di uomini e donne, che possono convivere nella stessa persona o appartenere anche al sesso opposto, sono esistiti in tutta la storia dell’Architettura  che spesso si è occupata più degli edifici emergenti, dei capolavori firmati dai maestri, più che del contesto spontaneo, dell’oggetto quotidiano che in realtà è l’espressione diretta della cultura di un popolo.

L’atteggiamento ” femminile” mi è sempre appartenuto ed è coinciso, nella professione, con la scelta di operare alla scala del microambiente, di privilegiare lo spazio interno, di credere nel progetto che procede per gradi, che si modifica nel tempo al variare delle esigenze.

Lo spazio  che nasce da questo progetto  appartiene al committente e si autodefinisce con l’uso, si modella sul comportamento di chi lo abita e non lo condiziona. E’ lo spazio da abitare.

Lo spazio abitativo

La collaborazione con l’arch. Pina Ciampani, nei corsi di specializzazione per architetti, organizzati dalla regione Lombardia e all’interno di Home Habitat, mi  ha permesso di studiare in modo approfondito la psicologia dell’abitare, con particolare riferimento al  ruolo della casa nel processo di crescita dell’individuo. ” La casa cresce con noi, è una nostra espansione e tanto più ci sentiamo a nostro agio tanto più siamo in grado di metterci in discussione.

“La crescita di un individuo, nell’età evolutiva,  avviene all’interno di una casa  ed è proprio in questo luogo che impara a diventare autonomo per poi essere in grado di socializzare. ” Il bambino impara nell’ambiente domestico ad interagire con se stesso, con le cose e con gli altri.

Il luogo abitativo lo aiuta a sviluppare un corretto processo di socializzazione, garantendogli la rassicurazione e protezione di cui ha bisogno. Se per carenze abitative questi bisogni vengono frustrati durante l’infanzia, nell’adolescenza e nell’età adulta si manifesterà una situazione psicologica difficile.” La casa deve dunque essere un luogo accogliente e stimolante.

Molti psicologi ambientali della seconda metà del ’900, tra cui N.C. Schultz autore di ” Genius Loci”   hanno studiato l’interazione uomo e ambiente e rilevato l’importanza delle funzionalità psicologiche, oltre a quelle fisiologiche dell’abitare. La psicologia tradizionale era basata esclusivamente sui rapporti interpersonali, avulsi da ogni contesto fisico, quasi avvenissero in uno spazio astratto, è solo con Jung che viene attribuito un valore agli spazi domestici.

La casa diventa dunque simbolicamente la terza pelle, lo scudo protettivo, il luogo dell’intimità e delle proiezioni del nostro mondo interioreEcco allora che il progetto  della casa si carica di una grande responsabilità e ai bisogni psicologici dell’infanzia di rassicurazione e di imitazione e nell’età adulta di sicurezza e autonomia, dovranno corrispondere  altrettante funzioni psicologiche dell’abitare.

Ecco allora che lo spazio abitativo diventa uno strumento di riconoscimento e di comunicazione, cioè favorisce o ostacola il riconoscimento di sè e la comunicazione con gli altri e quindi deve essere costruito con il coinvolgimento diretto di chi lo abita.

L’Ecologia dell’abitare

Nel  1984 ho partecipato alla fondazione dell ‘istituto Uomo e Ambiente promosso dall’Arch. Maurizio Spada, che attualmente ne è direttore, insieme ad altri professionisti, con lo scopo di formare e diffondere una nuova coscienza ecologica della casa e della città.In questo gruppo di lavoro ho avuto modo di sviluppare  il concetto di bioarchitettura come architettura rivolta al rispetto della vita, indagando sul rapporto tra l’uomo e l’ambiente in cui vive.”

Nella tradizione occidentale uomo e natura sono intesi in senso dialettico, di scontro; ora questa concezione è inadeguata, non più adatta alla situazione ……

Il pensiero ecologico dovrebbe tendere  gradualmente a sostituire il senso di appartenenza al senso di proprietà nei confronti della natura e dell’ambiente”  da qui il concetto di Architettura come ”  delicata alchimia, sapiente dosaggio di interventi sull’ambiente preesistente  finalizzati a non creare scompensi, ad integrarsi, oppure a vivacizzare, qualificare e servire l’ambiente. ”    e il nuovo ruolo dell’architetto come . ”  Figura professionale  delegata alla trasformazione del mondo fisico  che faccia riemergere l’importanza, fondamentale per l’uomo, di una corretta costruzione del suo ambiente.

Una figura di coordinatore o di esperto nei problemi dell’edificare e dell’ambiente “.” Più in generale trasformatori dell’ambiente lo siamo tutti, lo è anche chi si autocostruisce la propria villetta o chi apporta modifiche all’arredo della propria casa…. insomma anche semplicemente chi abita e, se esiste una caratteristica comune a tutti gli uomini  è proprio quella di abitare.

Si potrebbe dire che abitare è la proprietà essenziale dell’esistere, ma dire abitare significa anche trasformare ed essere trasformati.

L’essere al mondo, a parere di alcuni teorici, consiste proprio in un processo di interazione con l’ambiente che quindi si traduce nella sua trasformazione e nella propria trasformazione : allora possiamo dire, in termini più attuali e drammatici che chi distrugge viene distrutto e chi inquina, viene inquinato.” da ” l’Uomo L’Ambiente La Casa “ di Maurizio Spada.

Da qui la necessità per l’architetto di verificare che la sua creatività non risulti alla fine distruttiva, allora si deve appoggiare agli specialisti delle scienze umane  e delle scienze naturali perchè  gli diano tutte le garanzie che quanto egli progetta sia accettabile all’ecosistema naturale e all’ambiente storico.

Più in generale per tutti  coloro che abitano nasce la necessità di acquisire una maggior consapevolezza sulle ripercussioni sull’ambiente e su di sè di ogni trasformazione agita.